5 Maggio 1988.
Sul prato di Hyde Park si era radunato un folto gruppo di persone, alcune delle quali con striscioni e manifesti. Gli occhi di tutti erano fissi sul piccolo palco che era stato eretto proprio sullo speaker's corner e sull'uomo che vi stava salendo in quel momento. Nonostante il vento freddo, indossava solo un completo marrone, giacca e cravatta. Si portò presso il leggio, inforcò un paio di occhiali a mezzaluna e si passò una mano sulla testa, come a cercare un cappello che potesse coprire la calvizie incipiente. Si schiarì la gola e iniziò a leggere.
"Vedo qui riuniti oggi davanti a me dei cittadini preoccupati," iniziò. "Preoccupati per il bene della nostra società. Una società che è stata forgiata e diretta dagli esseri umani per millenni, ormai, e che non ha posto, non ha mai previsto posto per quelli che oggi chiamano "morfi."
"Eppure," proseguì, dopo aver messo a tacere un lieve brusìo che si era levato dall'udienza. "Gli uomini al comando della nostra società non si sono fatti alcuno scrupolo nel consegnare a queste creature dei... diritti. Noi chi chiediamo il motivo dietro queste scelte. Immaginate già, io credo, quali potrebbero essere le conseguenze di queste azioni da parte dei governanti: posti di lavoro, letti di ospedali, posti negli asili che non saranno i nostri figli ad avere, ma loro, queste creature. E i loro figli, aggiungerei, se mai dovessero essere in grado di procreare.
"La scienza non ha ancora nulla in mano, nulla che possa spiegare come, e perché, i morfi siano comparsi nel nostro mondo, ma in molti si arrogano comunque il diritto di renderli come noi. E ci si dimentica, quindi, di tutte quelle altre... minoranze, quei gruppi, quegli altri meravigliosi esseri umani che vengono lasciati indietro per... paura? Affetto? Compassione? Sentimenti che per noi umani vengono dimenticati e mai dimostrati!
"Siamo qui oggi per rivendicare quei diritti e per impedire che lo scempio prosegua. Siete testimoni della nascita di una nuova forza, di un nuovo gruppo che si farà carico della voce di tutti gli umani del Regno Unito, con il compito di ricordare a tutti i governanti, da oggi in poi, che al primo posto ci siamo noi." L'uomo schioccò le dita: al suo comando, quattro persone eressero alle sue spalle un gran manifesto bianco, su cui spiccavano le parole "HUMAN RACE SUPPORTERS."
Gregory Edgecombe spense la televisione. "Branco di pazzi," commentò, posando il telecomando e alzandosi dal divano. "Branco di pazzi." Si massaggiò la fronte, quindi andò verso la finestra e scostò la tenda. Vide sua figlia Lillian, accovacciata in terra a seguire gli spostamenti di un lombrico, e sorrise.
"Qualcosa non va, tesoro?" fece sua moglie. Gregory si voltò verso di lei, che era in piedi sulla soglia della cucina con addosso un grembiule.
"Sono contento di essere andato via da Edimburgo," commentò lui. "Hai sentito cosa stanno combinando a Londra?"
"Sì," rispose lei. "Me ne parlava Sarah questa mattina. Tu credi che questi personaggi siano pericolosi?"
Lo sguardo di Gregory tornò verso Lillian, che stava cercando di prendere il lombrico nella zampa. "Non lo so," disse. "Spero di no, ovviamente. Ma se ci sono significa che qualcuno crede in loro, e quel qualcuno probabilmente farà penare Lillian e tutti quelli come lei, un giorno. Vorrei che rimanesse sempre qui con noi."
"Lo sai che non è possibile, amore."
"Sì, lo so, Annie. Ma non voglio che... quel tipo di ignoranti debba farla soffrire."
La donna gli si avvicinò e lo abbracciò. "Noi saremo con lei, Gregory. E lei potrà contare su di noi, quando ne avrà bisogno. E un giorno sarà grande abbastanza per farcela con le sue forze, perché le insegneremo a combattere contro... contro queste evenienze."
"Spero di essere veramente in grado di farlo, Annabel," rispose lui.
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venerdì, gennaio 06, 2012
lunedì, dicembre 26, 2011
Prologo
Parte 1
Lione, 5 Gennaio 1983.
“Signora, è il momento,” disse l'infermiera, avvicinandosi alla donna distesa sul letto.
Lei annuì, quindi rivolse gli occhi al marito. “Andrà tutto bene, vero?”
Lui le strinse forte la mano. “Sì, tesoro, vedrai. Io sono qui, aspetterò te e... il piccolo.” L'uomo si sforzò di sorridere; distolse lo sguardo da quello di sua moglie, cogliendo l'occhiata perplessa lanciata dall'infermiera. Un'altra sopraggiunse a passo svelto, caricarono la donna incinta su una barella e la portarono fuori dalla stanza.
Poco dopo, quando i medici riportarono sua moglie addormentata nella stanza, l'uomo venne avvicinato da un chirurgo. “Lei è il signor Ablemort?”
“Sì, sono io. Jerome Ablemort,” specificò, togliendosi le mani dalle tasche. “Come... è andata tutto...”
“Sua moglie è ancora sotto l'effetto dell'anestesia, ma sta bene. Il cesareo è avvenuto senza complicazioni.”
“E...”
“Il piccolo è vivo.”
“Posso vederlo? Come sta?”
“E' sicuro? Di volerlo vedere, voglio dire.”
Ablemort deglutì. “Cosa vuole dire? E' successo qualcosa, ci sono state delle complicazioni per lui, c'è altro oltre al fatto...”
“Se allude a...” Il medico si guardò attorno. “No, oltre a quello no. Venga con me.”
“Se allude a...” Il medico si guardò attorno. “No, oltre a quello no. Venga con me.”
Parte 2
Edimburgo, 3 Marzo 1983.
“Là fuori è pieno di giornalisti,” commentò Gregory Edgecombe, allontanandosi dalla finestra. “Avvoltoi maledetti.”
“Lasciali stare, tesoro,” disse sua moglie, distesa sul letto dell'ospedale. “Dopotutto, è una situazione speciale, la nostra.”
L'uomo andò a sedersi accanto a lei, prendendola per mano. “Sì, questo è vero, ma... avrei preferito meno clamore attorno alla nostra Lillian.”
Il passo pesante del medico che entrava nella stanza li distolse dalle loro chiacchiere. “Annabel Edgecombe?”
“Sono io.”
L'anziano medico annuì. “E' il momento, signora.”
Annabel deglutì e annuì a sua volta. “Va bene.” Mentre le infermiere entravano con la barella, guardò suo marito. “Qualunque cosa accada, lei è nostra figlia, Gregory.”
“E' la nostra Lillian, punto.”
“Ti amo.”
“Anche io, tesoro.”
“Come stanno?”
“Sua moglie sta bene, signor Edgecombe,” commentò il medico, nel corridoio deserto. Guardò l'orologio, che segnava l'una di notte. “Mi dispiace di avervi fatto attendere per il parto, ma abbiamo preferito allontanare il più possibile curiosi e giornalisti. Immaginiamo che sia una situazione tesa per voi.”
Gregory sospirò. “Non è facile, con... con tutta quella gente. Ma il parto è and...”
“E' andato tutto bene, signor Edgecombe,” disse l'altro. “Sua moglie sta bene, a breve verrà ricondotta nella vostra stanza. E' ancora sotto l'effetto degli anestetici. Vi consiglio di non farle far sforzi, almeno per po': un parto cesareo può non essere privo di conseguenze per la partoriente.”
“Perché un cesareo?”
“Per via di sua figlia, signor Edgecombe. Abbiamo optato per il parto cesareo per consentirci di controllare al meglio la sua nascita e per evitare che un parto naturale potesse... comportare danni per sua moglie o sua figlia, a causa della... sua natura.”
“Come sta ora?”
“Difficile dirlo,” fece il medico, scuotendo la testa. “Venga con me.
“Difficile dirlo,” fece il medico, scuotendo la testa. “Venga con me.
“Il parto non ha avuto complicazioni,” spiegò. “Per quanto riguarda i parametri che per noi umani sono normali, sì, è sana come un pesce; ma i morfi hanno cominciato ad emergere da troppo poco tempo...”
“Due mesi, dottore. Non ci sono ancora abbastanza casi per...”
“Due mesi, dottore. Non ci sono ancora abbastanza casi per...”
“Signor Edgecombe, i primi tre morfi venuti al mondo sono morti dopo poche ore o pochi giorni per complicanze che non siamo riusciti a prevedere. Solo di recente abbiamo assistito a parti in cui il piccolo sia ancora in vita e apparentemente sano.”
Il medico lo condusse verso una finestra che dava su una piccola stanza. All'interno, in una culla singola, al centro della stanza, collegata a macchine di vario tipo, c'era una creatura ricoperta di una peluria sottile e rada, grande come un neonato. Aveva gli occhi chiusi e un musetto tozzo, coperto in parte da una manina con quattro dita.
“E lei è sana?”
“Sì, signor Edgecombe. Sua figlia Lillian è sana, almeno per quanto ci riguarda. Ma la terremo d'occhio per i prossimi giorni, non vogliamo che si ripetano casi come i precedenti.”
Lui annuì. “Sì, certo. Immagino. Dottore,” fece poi. “Perché mia figlia Lillian è nata... perché è una morfa?”
Il medico si strinse nelle spalle. “Difficile dirlo, signor Edgecombe. Al momento non sappiamo nulla di loro. Quel che è certo è che abbiamo di fronte una specie completamente nuova. E una sfida nuova per tutti noi.”
domenica, settembre 11, 2011
Revisione Epilogo
Ed eccoci all'ultima parte della prima revisione del racconto: l'epilogo. http://www.box.net/shared/qfnbiavmcj0vba17gmah
Revisione Sesta Parte
Siamo in dirittura d'arrivo... http://www.box.net/shared/3zruymoc1jcypt89bvi9
sabato, settembre 10, 2011
Revisione Quinta Parte
Sfruttiamo il tempo morto in aeroporto per fare qualcosa di utile: http://www.box.net/shared/b1x8zd33f0dd041adys6
venerdì, settembre 09, 2011
Revisione Quarta Parte
Sto andando piuttosto spedito, lo ammetto, ma ho già evidenziato le parti che meritano una seconda battuta. Potete trovare, nel frattempo, il file riveduto e corretto a questo indirizzo, come sempre: http://www.box.net/shared/j24y29nnmipl5zsr82ol
mercoledì, settembre 07, 2011
Revisione Terza Parte
Terza parte pronta! http://www.box.net/shared/eqycisallz8mobm7rek3
martedì, settembre 06, 2011
Revisione seconda parte
Come da titolo... http://www.box.net/shared/rylrxyxsmv8oaryn0rrz
mercoledì, agosto 17, 2011
Epilogo
Did you think that your feet had been bound By what gravity brings to the ground? Did you feel you were tricked By the future you picked? Well come on down All these rules don’t apply When you’re high in the sky So come on down Come on down | Di nuovo sull’autobus, lungo Oxford Street, di nuovo diretta verso l’istituto di musica. Dopo il disastro con Ivan, Lillian era ben felice di voler riprendere ad insegnare, ed aveva preso accordi con le direttrici per ottenere nuovi incarichi e ripartire da capo con quell’impiego. Aveva da poco smesso di piovere, e dal finestrino poteva vedere la moltitudine degli abitanti e dei turisti di Londra che si aggirava per le strade con ogni forma di impermeabili, cerate, cappelli e ombrelli, mentre i primi, timidi sprazzi di sole si riflettevano sulle grandi pozzanghere lungo l’asfalto lucido. C’era un’aria nuova, un’aria di felicità che la morfa respirava a pieni polmoni. Lillian si voltò, ancora una volta esaminando chi avesse accanto. Per una bizzarra combinazione, nello stesso luogo, alla stessa ora e sullo stesso sedile di circa un anno prima sedevano un bambino e sua madre. Il bimbo sembrava essere cresciuto, rispetto alla volta precedente, ma sua madre indossava la stessa elegante e sobria giacca nera. Lillian sorrise al bimbo, che la guardò e si ritrasse nuovamente verso sua madre, in quel momento impegnata al telefono. Così, appena la donna ebbe terminato la conversazione, pochi secondi dopo, Lillian passò all’attacco. Si chinò verso il bambino, continuando a sorridere. “Ma io ti ho già visto qui,” gli disse. Il bimbo non rispose, continuando a scrutarla terrorizzato. “Sì, ti ho proprio già visto. Eri seduto sempre qui, un anno fa. Ci siamo guardati e tu sei scappato fra le braccia della mamma.” |
| We’re coming down to the ground There’s no better place to go We’ve got snow upon the mountains We’ve got rivers down below We’re coming down to the ground To hear the birds sing in the trees And the land will be looked after We send the seeds out in the breeze | “E ora riprova,” stava dicendo Lillian al ragazzo seduto al pianoforte. “E’ semplice, così… do… bravo… fa… no, sei indietro di una battuta, riprova… ecco, ora sì!” |
| Did you think you’d escaped from routine By changing the script and the scene? Despite all you made of it you’re always afraid of the change You’ve got a lot on your chest Well you can come as my guest So come on down Come on down | |
| We’re coming down to the ground There’s no better place to go We’ve got snow upon the mountains We’ve got rivers down below We’re coming down to the ground We’ll hear the birds sing in the trees And the land will be looked after We send the seeds out in the breeze | La donna rise. “Sì, è vero, mi ricordo anche io. Abbiamo già visto questa signorina, Jonathan,” fece la signora, abbracciando il bimbo. “Mi scusi, so che deve essere brutto… insomma, vedere che un bimbo ha paura di lei, ma il mio cucciolo è stato morso da un cane, quando aveva quattro anni, e gli è rimasto il terrore dei musi lunghi.” “Ma davvero? Povero bimbo… dove ti ha morso?” “Qui,” disse il bambino, afferrandosi il braccio. “Ti ha fatto male? Chi è che ti ha morso?” “Un cane.” “Un cane? Cane cattivo!” “E’ stato un pastore tedesco,” spiegò la madre. “Un cucciolo, per gioco.” “Un pastore tedesco? Sai che il mio ragazzo è un pastore tedesco? Stasera vado da lui e gli do uno schiaffo! Va bene per te?” Il bimbo annuì, mentre un’ombra di sorriso iniziava a farsi strada sul suo visino. “Bene. Così gli diamo una bella lezione, vero?” |
| Like the fish in the ocean We felt at home in the sea We learned to live off the good land We learned to climb up a tree Then we got up on two legs But we wanted to fly When we messed up our homeland And set sail for the sky We’re coming down to the ground There’s no better place to go We’ve got snow upon the mountains We got rivers down below We’re coming down to the ground We’ll hear the birds sing in the trees And the land will be looked after We send the seeds out in the breeze We’re coming down Comin’ down to earth Like babies at birth Comin’ down to earth Redefine your priorities These are extraordinary qualities We’re coming down to the ground There’s no better place to go | “Mi chiamo Lillian Edgecombe,” scriveva Lillian. “Sono una morfa di Londra e questo è il mio blog. E’ tutta colpa del mio ragazzo, io non sono tipa da queste cose, ma ho passato uno degli anni più strani della mia vita, e ho voglia di condividere ciò che ho vissuto con qualcuno. Ho capito chi sono e cosa voglio, cosa mi rende felice e molto altro, con un po’ di dolori e di acciacchi. Ma è una storia a lieto fine. Per questo ho deciso di chiamarlo “Venus in Furs.”,” concluse. |
| We’ve got snow upon the mountains We’ve got rivers down below We’re coming down to the ground We’ll hear the birds sing in the trees And the land will be looked after We’ll send the seeds out in the breeze We’re coming down to the ground There’s no better place to go We’ve got snow upon the mountains We’ve got rivers down below We’re coming down to the ground We’ll hear the birds sing in the trees And the land will be looked after We send the seeds out in the breeze | Il bimbo annuì di nuovo. “Sono contenta, Jonathan. Ma che scortese che sono, non mi sono presentata: mi chiamo Lillian.” Jonathan le strinse la mano, con fare molto cortese e professionale. “Mi chiamo Jonathan Dobbs.” “Un gran bel nome, Jonathan Dobbs. Ora, signor Dobbs, devo andare, fra poco dovrò scendere.” “Dove stai andando?” “Sto andando a… lavorare. Io insegno musica, lo sai?” “Io ho visto una tua foto,” le disse il bambino. “Sul giornale.” “Infatti non mi sembra una faccia nuova, la tua,” incalzò sua madre. “Tu non sei per caso la cantante di quel gruppo famoso? I… London Sextet?” “LondonMorph Sextet, sì,” disse Lillian. Era inutile: non riusciva a non sentire le farfalle nello stomaco ogni volta che qualcuno le faceva notare che il gruppo stava acquisendo notorietà, non solo fra i morfi. |
Di fronte all’ingresso dell’istituto, Lillian vide Mills, in piedi, con un mazzo di fiori in mano. “Sai che devo darti uno schiaffo da parte di un bambino che si chiama Jonathan Dobbs?”
“Davvero?” rispose Mills, inarcando un sopracciglio. “Non mi pare di conoscerlo…”
“Tu no, ma un pastore tedesco come te una volta gli ha dato un gran morso su un braccio e il piccolo è rimasto con il terrore dei musi lunghi da quel momento.”
“Tu no, ma un pastore tedesco come te una volta gli ha dato un gran morso su un braccio e il piccolo è rimasto con il terrore dei musi lunghi da quel momento.”
“Allora mi merito proprio uno schiaffo. Per espiare le colpe della razza.”
Lillian ridacchiò. “Mi spiace per il piccolo Jonathan, ma io credo che tu meriti altro, spilungone,” gli fece, alzandosi sulle punte dei piedi per dargli un bacio sulle labbra. “E’ bello vederti qui.”
“Speravo ti facessero piacere anche questi,” disse Mills.
“Speravo ti facessero piacere anche questi,” disse Mills.
“Molto belli, tesoro. Grazie. Ma preferisco sempre te ai fiori. Me ne hanno regalati anche troppi, in passato, e non da una persona adorabile come te.”
“Ti amo,” fece il cane, e la baciò.
Lei sorrise. “Anche io, pelosone. Anche io.”
Capitolo 57 – Lillian torna a casa
Su Facebook:
LillianEdgecombe: Sono a casa. E sono tornata con una missione: fare il culo a Ivan.
Kevin Clarken: Ho saputo tutto, Lilly! Senti, io fra una settimana sarò lì a Londra, ci possiamo incontrare se hai bisogno!
LillianEdgecombe: @Kev: grazie, Kev, sei un tesoro, ma non ho bisogno di aiuto per ora. Però se vuoi passare sei il benvenuto!
Claire Hogarth: Ho un paio di guantoni da boxe, se ti servono. Ci posso anche mettere dei sassi, così gli fai più male.
LillianEdgecombe: @Claire: non lo picchierò, anche se se lo merita. Gli farò più male in altri sensi.
Jules Penderton: Le palle, Lillian, le palle! Anche se quel verme del cazzo non ce le ha moralmente parlando, sessualmente è un maschio. Lì sì che fa male. *Fidati.*
Lillian incontrò Ivan nella stanza dei colloqui. Sedevano assieme ad un tavolo, soli nella stanza assieme a due guardie carcerarie dallo sguardo infelice. Lui indossava la divisa del carcere, lei una maglia a righe bianche e nere orizzontali e gonna scura.
Ivan teneva lo sguardo basso e le braccia conserte sul petto. Di tanto in tanto si passava la mano fra i capelli o si toccava una guancia. Lillian si limitava a fissarlo, con una espressione indecifrabile. Lei stessa non avrebbe saputo descrivere il suo stato emotivo, che scivolava in modo fluido dalla più profonda delusione alla furia cieca, passando per una grandissima tristezza.
“Io spero che tu non ti renda conto di ciò che hai fatto,” gli disse, dopo alcuni secondi di silenzio.
“Io… non posso dire di esserne sicuro.”
“Tu mi hai illuso. Sei… sei uno stronzo della peggior specie, Ivan.”
“Non ti…”
“Sì, invece!” sbottò Lillian. “Lo hai fatto eccome. Hai parlato tanto di amore, amore, amore. Amore di qua, amore di là… Oh, lo vedo, il tuo amore. Non mi hai mai baciato in pubblico, non mi hai mai detto nulla di dolce in presenza di altre persone, non… Inizialmente ho pensato che fosse solo timidezza, o qualcosa del genere, ma poi ho capito tutto quando ti ho visto dalla finestra dell’ospedale.”
“Io non…”
“Hai anche il coraggio di giustificarti?”
“Hai anche il coraggio di giustificarti?”
“Be’, io… sì, l’ho fatto, lo so.”
“Ecco, questo lo sappiamo tutti, Ivan.” Si sporse verso di lui. “Perché hai fatto tutto questo? Perché mentirmi?”
“Io ti amavo.”
“Stronzate. Me lo hai appena dimostrato.”
“Sì, invece. Ho sempre provato qualcosa per te…”
“Oh, davvero? Non doveva essere così forte, visto che non ti ha impedito di lanciarmi contro una cazzo di molotov!”
“Ecco, questo lo sappiamo tutti, Ivan.” Si sporse verso di lui. “Perché hai fatto tutto questo? Perché mentirmi?”
“Io ti amavo.”
“Stronzate. Me lo hai appena dimostrato.”
“Sì, invece. Ho sempre provato qualcosa per te…”
“Oh, davvero? Non doveva essere così forte, visto che non ti ha impedito di lanciarmi contro una cazzo di molotov!”
“Non sapevo che fossi lì!”
“Non ti giustifica comunque! Hai cercato di uccidere delle persone come me!”
“Ma non te!”
“Sei un grandissimo… non so se tu sia più idiota o più stronzo.”
“Non potevo dire nulla su di noi!”
“Ah, questa mi è nuova. E, sentiamo, perché, di grazia?” chiese la morfa, incrociando le braccia sul petto.
“Non ti giustifica comunque! Hai cercato di uccidere delle persone come me!”
“Ma non te!”
“Sei un grandissimo… non so se tu sia più idiota o più stronzo.”
“Non potevo dire nulla su di noi!”
“Ah, questa mi è nuova. E, sentiamo, perché, di grazia?” chiese la morfa, incrociando le braccia sul petto.
“Perché… perché se lo avessero saputo quelli dell’HRS mi… mi avrebbero impedito di far carriera.”
“Come lo avrebbero fatto?”
“Uno dei… dei miei superiori, futuri superiori nella Marina, è… un membro del partito. Se avesse saputo che…”
“Aspetta. Aspetta,” l’interruppe. “Tu vuoi dirmi che hai lasciato che la tua voglia di far carriera fosse non solo più forte di ciò che decantavi di provare per me, ma anche di… di tutta la tua umanità? Hai preferito far carriera ma cercare di uccidere degli innocenti, far carriera e non far sapere a nessuno che hai cercato di portarmi a letto?” Lillian sbatté con forza i pugni sul tavolo, facendo trasalire le guardie carcerarie. “Ivan,” disse, con un tono di voce così deciso e feroce che il ragazzo non riuscì a protestare. “Non una parola di più. Ci fai una figura migliore, dammi retta.” La morfa si alzò dalla tavola, puntando le mani sul ripiano e sporgendosi verso il giovane. “Fai schifo. Mi auguro per te che tu possa rendertene conto e capire il tuo enorme, gigantesco errore, prima ancora di capire quanto mi abbia fatto star male. Ma per il mio egoismo, e per vendetta, vorrei che tu marcissi per sempre qui dentro, anche se so che non è possibile, perché quel santo di tuo padre riuscirà a trovarti un avvocato così bravo da tirarti fuori anche dall’inferno. Non so se credi nell’aldilà o in cose del genere, ma se ci credi, be’, tieni seriamente in conto la possibilità di passare l’eternità in un posto pieno di dolore. E fin quando questo non avverrà, stai lontano da me, o dai miei amici, o la prossima volta passerai dal pronto soccorso invece che dal giudice. Sono stata chiara?”
“Come lo avrebbero fatto?”
“Uno dei… dei miei superiori, futuri superiori nella Marina, è… un membro del partito. Se avesse saputo che…”
“Aspetta. Aspetta,” l’interruppe. “Tu vuoi dirmi che hai lasciato che la tua voglia di far carriera fosse non solo più forte di ciò che decantavi di provare per me, ma anche di… di tutta la tua umanità? Hai preferito far carriera ma cercare di uccidere degli innocenti, far carriera e non far sapere a nessuno che hai cercato di portarmi a letto?” Lillian sbatté con forza i pugni sul tavolo, facendo trasalire le guardie carcerarie. “Ivan,” disse, con un tono di voce così deciso e feroce che il ragazzo non riuscì a protestare. “Non una parola di più. Ci fai una figura migliore, dammi retta.” La morfa si alzò dalla tavola, puntando le mani sul ripiano e sporgendosi verso il giovane. “Fai schifo. Mi auguro per te che tu possa rendertene conto e capire il tuo enorme, gigantesco errore, prima ancora di capire quanto mi abbia fatto star male. Ma per il mio egoismo, e per vendetta, vorrei che tu marcissi per sempre qui dentro, anche se so che non è possibile, perché quel santo di tuo padre riuscirà a trovarti un avvocato così bravo da tirarti fuori anche dall’inferno. Non so se credi nell’aldilà o in cose del genere, ma se ci credi, be’, tieni seriamente in conto la possibilità di passare l’eternità in un posto pieno di dolore. E fin quando questo non avverrà, stai lontano da me, o dai miei amici, o la prossima volta passerai dal pronto soccorso invece che dal giudice. Sono stata chiara?”
Ivan annuì.
“E scema io a starti dietro. Scema io a farmi prendere per il culo dai tuoi modi dolci. Ora me ne vado. Mi hanno chiesto di testimoniare contro di te. Non so se lo farò: per amore di giustizia dovrei andarci, ma sarebbe un modo per considerarti molto più di quanto non ti meriti. Addio, Ivan,” disse. Quindi si alzò e uscì a passo rapido dalla stanza, il cuore leggero come una piuma.
Nel corridoio incontrò il padre di Ivan. La stava aspettando con un completo nero e una gran faccia da funerale.
“Signorina Edgecombe?” la chiamò.
“Signor Matheson.”
“Io… non le chiedo di perdonare mio figlio. Non lo posso fare nemmeno io. Non riesco ad immaginare il dolore che possa averle arrecato il suo gesto e… e tutto quanto. Ero all’oscuro delle sue attività…”
“Signor Matheson, io non ce l’ho con lei. Lei è una persona adorabile e non merita quel verme che sta in quella stanza come figlio, mi scusi la franchezza.”
“La pensiamo allo stesso modo riguardo Ivan.”
“Ne sono contenta,” ammise. “Non ho rancori nei suoi confronti, solo… un gran rammarico, perché non so come possa sentirsi un padre di fronte a situazioni del genere. Io sono certa che lei non ha educato Ivan affinché facesse cose del genere.”
“Io… non le chiedo di perdonare mio figlio. Non lo posso fare nemmeno io. Non riesco ad immaginare il dolore che possa averle arrecato il suo gesto e… e tutto quanto. Ero all’oscuro delle sue attività…”
“Signor Matheson, io non ce l’ho con lei. Lei è una persona adorabile e non merita quel verme che sta in quella stanza come figlio, mi scusi la franchezza.”
“La pensiamo allo stesso modo riguardo Ivan.”
“Ne sono contenta,” ammise. “Non ho rancori nei suoi confronti, solo… un gran rammarico, perché non so come possa sentirsi un padre di fronte a situazioni del genere. Io sono certa che lei non ha educato Ivan affinché facesse cose del genere.”
“Sì. E’ così. Ma voglio chiederle scusa a nome dell’intera famiglia, signorina Edgecombe,” disse, estraendo di tasca una busta bianca e porgendola alla morfa. “I soldi non fanno la felicità, ma sono uno dei pochi mondi che io conosca. Mi sono permesso di aprire un conto a suo nome e di depositarvi i risparmi che tenevo per Ivan. Qui dentro ci sono le coordinate e una carta di credito a sua disposizione. Scelga lei l’uso che preferisce, ma non accetto rifiuti. Per ora è… l’unica cosa che credo di poter fare per lei e la sua famiglia. Se poi ci sarà altro, be’… la mia… sa dove trovarmi,” concluse, cedendo all’imbarazzo.
Mills la aspettava all’esterno del carcere, le mani in tasca. Lillian stessa gli aveva imposto di non entrare: voleva trattare la cosa da sola.
“Grazie di aver aspettato,” gli disse.
“Pensavi che me ne sarei andato?”
“Non lo so…” fece. Lo abbracciò, quindi sprofondò il volto nella sua giacca, mentre si alzava il vento. Lillian digrignò i denti e ringhiò, mentre Mills la avvolgeva fra le sue braccia, carezzandole la testa dolcemente.
“Va tutto bene, Lilly. Non ti può più far del male, ormai.”
Lillian non rispose, continuando a respirare pesantemente. I due rimasero in piedi in quella posizione per diversi minuti, in attesa che la tasso si calmasse.
“D’accordo,” disse lei, quando si sentì meglio. “E’ passata. Almeno per ora, direi.”
“Che ne dici di andare a casa, amore?”
“Un attimo solo,” disse lei, aprendo la borsetta. Ne estrasse gli occhiali che Ivan le aveva regalato. Andò presso la macchina e li incastrò sotto una delle ruote anteriori. “Tesoro, ho bisogno che tu mi faccia un piacere…”
Lui non replicò: salì in macchina e avviò il motore, quindi abbassò il finestrino. “Dimmi quando.”
“Anche subito,” rispose lei, scostandosi. Il cane diede gas e Lillian, un’espressione soddisfatta sul volto, osservò la macchina schiacciare e fare a pezzi i costosi occhiali. La morfa annuì. “Grazie, amore,” disse, salendo dal lato passeggeri. “Ora possiamo andare.”
“C’è poco da dire,” fece Lillian, in piedi al centro della rimessa, di fronte al resto dei London Morph Sextet. “Mi sono comportata come una merda nei vostri confronti.”
“Hai fatto qualche cazzata, sì,” commentò Nicholas. “Ma, ehi, tutti ne facciamo, no?”
“No, Nico, è diverso,” disse la tasso. “Vi ho trattato male. Ci sono poche scuse, e non ne voglio: ho sbagliato, e me ne pento. E vi chiedo scusa. Mi hanno suggerito in molti di farlo, ma non ho mai avuto il coraggio, prima di oggi,” ammise. “Sapevo di aver sbagliato, ma non volevo chiedervi scusa, perché pensavo che non sarebbe stato sufficiente.”
“Hai fatto qualche cazzata, sì,” commentò Nicholas. “Ma, ehi, tutti ne facciamo, no?”
“No, Nico, è diverso,” disse la tasso. “Vi ho trattato male. Ci sono poche scuse, e non ne voglio: ho sbagliato, e me ne pento. E vi chiedo scusa. Mi hanno suggerito in molti di farlo, ma non ho mai avuto il coraggio, prima di oggi,” ammise. “Sapevo di aver sbagliato, ma non volevo chiedervi scusa, perché pensavo che non sarebbe stato sufficiente.”
“Avrei fatto lo stesso anche io,” disse Corinne. “Anche io ti ho evitato tutto il tempo, dopo quella discussione di quel giorno, lo facevo perché non sapevo cosa pensare: è colpa mia? Colpa sua? Io so che sono permalosa, chiacchierona e tutto il resto, e…”
“No, Corinne, davvero. Ho esagerato io. Ed è a te che devo chiedere principalmente scusa, perché è con te che me la sono presa, più che con chiunque altro. E… ora sono qui. Spero che possiate veramente perdonarmi,” disse, deglutendo per mandar giù il groppo che le si stava formando in gola.
“No, Corinne, davvero. Ho esagerato io. Ed è a te che devo chiedere principalmente scusa, perché è con te che me la sono presa, più che con chiunque altro. E… ora sono qui. Spero che possiate veramente perdonarmi,” disse, deglutendo per mandar giù il groppo che le si stava formando in gola.
Nicholas rise. Si alzò, le andò incontro e le pose una mano sulla spalla. “Io non avevo niente di cui perdonarti, quindi per me è ok.”
Milla lo seguì. “Anche per me,” disse, abbracciando Nicholas. “Ma mi fa piacere vederti di nuovo e vedere che sei tornata sui tuoi passi. Vederti così distante mi faceva un po’ paura.”
Anche Yvonne e Mills si aggregarono. “Per noi è tutto a posto,” disse la ragazza. “Bentornata, Lilly.”
Lillian li abbracciò tutti, tirando su col naso. Quindi si rivolse a Corinne, ancora seduta al suo posto. La licaone evitava il suo sguardo. “Corinne,” disse, andandole incontro. Si sedette in terra di fronte a lei. “Ti chiedo scusa. Ho esagerato.”
Corinne si voltò verso di lei. Gli occhi erano sempre più acquosi. “Scusa, Lilly… è anche…”
“Oh, scema,” l’interruppe lei, alzandosi e abbracciandola. “Lo sai che sono stata gelosa di te?” le disse sottovoce.
“Mills mi ha detto tutto. Mi vergogno come un verme,” fece l’altra. “Era un periodo nero.”
“Perché non mi hai detto nulla?”
“Non pensavo che… che ti interessasse.”
“Guardami,” disse la tasso. “Siamo un gruppo. Siamo insieme. I problemi di uno sono i problemi di tutti. Quindi non farti prendere dal panico. Noi siamo qui anche per te. Altrimenti non ha senso che suoniamo insieme.”
“A proposito di suonare,” fece Nicholas, accordando la sua chitarra. “Non è ora di parlare del prossimo concerto? Io rivoglio il palco!”
Capitolo 56 – Lillian torna indietro
7 Agosto, mattina.
Lillian accese la televisione, i suoi genitori ancora una volta fuori al lavoro. Sola in casa, in compagnia di un caffè freddo.
La BBC berciava di rivolte a Londra. Lillian mise sul tavolo la tazza di caffè, le orecchie pronte a recepire qualsiasi informazione.
Rivolta partita a Tottenham, in seguito all’uccisione da parte di alcuni poliziotti di un giovane di colore.
Tottenham. A due passi da casa di Mills.
Mills, che era venuto di persona a cercarla per convincerla a tornare indietro.
Mills, che le aveva confessato di amarla.
Mills, che ora era da qualche parte in mezzo ad una rivolta, in un quartiere a ferro e fuoco.
Lillian spense la televisione. Corse in camera sua, afferrò uno zaino, lo riempì di maglie, mutande e tutto ciò che le capitava a tiro. Tornò in cucina, scrisse su un foglio di carta “DEVO SCAPPARE VI SPIEGO TUTTO VI VOGLIO BENE” e uscì di casa, chiudendo dietro di sé la porta a chiave. Dal telefono chiamò un taxi e si fece condurre in stazione.
Da lì prese il primo treno per il distretto di Camden.
Arrivò in serata, dopo due cambi di treno, senza mangiare né fermarsi un solo istante per pisciare. Dopo giorni di inattività, paura e solitudine, la consapevolezza di star correndo verso Mills le dava una forza che non avrebbe mai immaginato.
Corse verso il suo appartamento. Le sirene della polizia per il quartiere segnalavano che qualcosa non andava, ma lei se ne infischiò. Per ora, contava solo la sua bicicletta.
La morfa coprì la distanza che la separava dal cane in un’ora. Sentiva il telefono vibrare a più non posso nella tasca dei suoi pantaloni, così come aveva vibrato per ore in treno, ma era un’entità che non voleva considerare. Aveva bisogno di vedere Mills, di sapere che era al sicuro, lui più di chiunque altro.
“Mills!” urlò, quando seppe di trovarsi a breve distanza dal suo appartamento. C’erano vetrine sfondate, cassonetti bruciati, macchine distrutte. Del fumo si levava in distanza, e la polizia era onnipresente. “Mills!”
Si gettò letteralmente dalla bicicletta appena arrivata di fronte alla porta dell’appartamento del cane. Non si curò di chiuderla: in quella situazione, qualsiasi metodo sarebbe risultato completamente inutile. E poi, della bici non le importava più nulla.
“Mills!” chiamò, ancora. Pigiò per diverso tempo il pulsante del citofono, battendo sulla porta con l’altra mano. “Mills, sono io!”
Quando la porta si aprì, Lillian si gettò immediatamente sul cane. Lui la prese, la fece entrare e chiuse subito, girando più volte la chiave nella serratura. “Lillian! Ma…”
“Non sono impazzita…”
“Là fuori è il delirio!”
“Non sono impazzita…”
“Là fuori è il delirio!”
“Lo so, ma non importa, Mills. Non importa. Avevo bisogno di sapere… come stavi. Dovevo sapere se… se eri al sicuro.”
Il cane sorrise. “Sì, Lilly. Grazie. Lo sono.”
“E… d’accordo, Mills. Devo parlarti. E’ importante, davvero. Ti spiego tutto, ma mi devi promettere che mi farai… finire il discorso.”
“Sì, promesso. Ma vieni di là, credo che tu abbia bisogno di un bicchiere d’acqua.”
“Sì, promesso. Ma vieni di là, credo che tu abbia bisogno di un bicchiere d’acqua.”
Il cane l’accompagnò nella piccola cucina, la fece sedere al tavolo e le versò un bicchiere d’acqua. La morfa lo bevve d’un sorso, attese che l’altro si sedette e incominciò.
“Sono stata una stronza l’altro giorno, per mille motivi diversi. Sono stata una stronza cieca negli ultimi mesi, anche nell’ultimo anno. Io… mi ci hai fatto riflettere tu, quando sei venuto a trovarmi. A prendermi. E mi hai detto… be’, quello che mi hai detto.” Mills drizzò le orecchie. “Che mi ami. Me lo hai detto. Ho realizzato tutto in treno oggi, mentre venivo qui. Che idiota che sono stata. Mills, io non so se… se ti amo, ma so che ho bisogno di te. Non sei l’uomo perfetto, ma sei una persona buona, sei l’unica persona che conosca che abbia cercato di venire fisicamente da me pur di farmi cambiare idea. Non hai idea di quante telefonate abbia ricevuto in questi giorni, ma tu sei l’unico ad esserti mosso fisicamente. E non sai quanto mi abbia riempito di gioia vederti, anche se non te l’ho mostrato. E solo oggi mi sono resa conto di quanto mi avesse fatto sentire felice sapere quello che provi per me.
“Forse sbaglio a… ad accettare e a volere tutto questo dopo quel che Ivan mi ha fatto, ma è stato proprio il rapporto sbagliato con lui a farmi capire una cosa fondamentale. Ivan per me era una scusa. Non avevo bisogno di lui, non avevo bisogno di uno che non mi ha mai detto di sua spontanea volontà di amarmi. Avevo bisogno di qualcuno che mi facesse sentire meno morfa, più simile ad un essere umano. Più normale. Non mi sono resa conto di quanto lui facesse per cambiarmi: gli occhiali, il vestito per il concerto, il mio modo di rapportarmi con gli altri, tutto quanto. Era tutta una presa in giro da parte sua, e io sono stata una… stupida bambina viziata a crederci con tutte le mie forze. No, lo so che vuoi giustificarmi, ma credimi se ti dico che non ho giustificazioni: sono stata un’idiota e basta.
“Anche perché quello di cui avevo veramente bisogno ce l’ho sempre avuto davanti,” disse, prendendolo per mano. “Avevo bisogno di te. E ti ho sbattuto la porta in faccia perché avevo paura. Che tu mi potessi fare del male, che anche tu scappassi, che anche tu cercassi di non farmi essere ciò che sono, ma poi… poi ho capito che tu non lo avresti mai fatto. Anzi.
“Scusami, Mills. Ti prego, perdonami,” disse, lasciando che una lacrima le scendesse lungo il volto, mentre un grande sorriso le illuminava gli occhi acquosi. “E’ te che voglio. Ora lo vedo. Ti amo anche io, pelosone,” disse, e tirò su col naso.
“Vieni qui,” replicò lui, afferrandola e abbracciandola. Lei si fece avvolgere da lui, finalmente sentendosi libera, sentendosi in pace con se stessa. Per un momento le parve di essere ancora a casa dei suoi: fra le braccia di Mills non sentiva alcun problema. Era come se lui fosse in grado di tenere lontani da lei tutti i problemi.
“Signorina, lei di dov’è?” le chiese l’intervistatore. Mills era dietro di lei, le mani sulle spalle.
“Camden Town.”
“Cosa pensa di tutta questa situazione?”
“Che è una cosa orrenda,” rispose Lillian. “Orrenda e inutile. Come morfa mi sento a disagio nel sapere che in quella stupida guerriglia siano stati coinvolti anche dei morfi, nei giorni scorsi,” disse. “Doveva essere una dimostrazione pacifica, è diventata l’occasione per sfogare gli istinti più bassi di alcuni criminali che non hanno nulla a che vedere con la popolazione di Tottenham, di Londra e del resto dell’Inghilterra.”
“Cosa dovrebbe fare secondo lei Gordon Brown?”
“Non glielo so dire,” replicò. “Non sono un politico. Quello che è certo è che sarà sicuramente necessario far capire a tutti, polizia che esagera e criminali che approfittano del disagio reale degli altri, che così non possiamo continuare.”
“Io vivo a Tottenham,” disse Mills. “Non è un quartiere ricco. Ci sono miriadi di situazioni disagiate, di problemi, di persone che hanno bisogno d’aiuto e invece sono state relegate in un vero e proprio ghetto. Fra di essi, purtroppo, sono presenti anche un mucchio di pazzi come quelli che hanno devastato la città. Nessuno ha mai fatto nulla di concreto, né per aiutare chi aveva bisogno sul serio né per impedire che dei criminali come quelli che girano per le strade del quartiere tutti i giorni potessero esplodere come è successo, e ora stiamo raccogliendo i cocci. E chi ne paga sono le persone oneste, ovviamente, chi aveva un lavoro e si è visto distruggere un negozio da una banda di ladri. Non c’è integrazione, non c’è mai stata, né fra umani né con i morfi. Mi chiedo dove fossero i governi, in questi anni.”
“Io vivo a Tottenham,” disse Mills. “Non è un quartiere ricco. Ci sono miriadi di situazioni disagiate, di problemi, di persone che hanno bisogno d’aiuto e invece sono state relegate in un vero e proprio ghetto. Fra di essi, purtroppo, sono presenti anche un mucchio di pazzi come quelli che hanno devastato la città. Nessuno ha mai fatto nulla di concreto, né per aiutare chi aveva bisogno sul serio né per impedire che dei criminali come quelli che girano per le strade del quartiere tutti i giorni potessero esplodere come è successo, e ora stiamo raccogliendo i cocci. E chi ne paga sono le persone oneste, ovviamente, chi aveva un lavoro e si è visto distruggere un negozio da una banda di ladri. Non c’è integrazione, non c’è mai stata, né fra umani né con i morfi. Mi chiedo dove fossero i governi, in questi anni.”
Capitolo 55 – Lillian allontana Mills
5 Agosto.
Il campanello di casa trillò, cogliendo Lillian di sorpresa seduta al tavolo in compagnia della sua vestaglia e di una gran tazza di caffè fumante. Gli occhiali non erano sul suo muso, ma appoggiati sul tavolo, e i capelli erano in totale disordine. Si era svegliata da poco dopo una notte tremenda, agitata come non mai, in cui il ristoro era stato sempre ben lontano, e si sentiva più stanca di come non fosse prima di coricarsi.
Trascinò la sedia sul pavimento e a piedi nudi raggiunse la porta, gracchiando un “arrivo” poco convinto. Si avvicinò alla porta, indossò gli occhiali e l’aprì.
Davanti a lei, nel sole della bellissima giornata, in piedi con indosso una giacca di renna e una camicia grigia, c’era Mills, la pelliccia scomposta, le orecchie ritte.
Lillian si stropicciò gli occhi. “Mills?” disse. “Che ci fai qui? E a… ma che ore sono?” Era confusa: l’ultima cosa che si aspettava era di vedere l’amico lì, a quell’ora, dopo tutto ciò che era accaduto.
“Le dieci e trentacinque, Lilly.”
“Scusa, Mills, ma non sono dell’umore…” fece, arretrando e chiudendo la porta, ma lui l’interruppe, ponendo un piede in mezzo all’uscio.
“Ascoltami, Lillian, per favore.”
“Mills, non permetterti…”
“Mills, non permetterti…”
“Non mi sono fatto tutti questi chilometri per farmi sbattere la porta in faccia, Lilly,” fece l’altro. “Ti prego, dammi cinque minuti, solo cinque minuti.”
Lillian sbuffò, quindi aprì la porta. “Solo cinque minuti. Sono venuta qui per stare lontano da tutti, e vorrei che la cosa venisse rispettata.”
Lillian sbuffò, quindi aprì la porta. “Solo cinque minuti. Sono venuta qui per stare lontano da tutti, e vorrei che la cosa venisse rispettata.”
“Ti prego, Lillian, torna da noi.”
“Per… cosa? Se me ne sono andata è perché non volevo più stare lì a Londra. Non ha più senso stare in mezzo a gente che mi ha solo tirato delle pugnalate nella schiena.” Deglutì. “Mi fa ancora troppo male quello che è successo.”
“Ma… Lilly, tu… Capisco quello che provi…”
“No, non credo,” l’interruppe lei. “Non sei mai stato preso in giro così tanto come è successo con me. Non sei mai stata presa a pesci in faccia da persone con cui… a cui volevi bene.”
“Be’, sì, è successo anche a… No, hai ragione,” concluse Mills, scuotendo la testa. “E’ vero, hai ragione, hai… avuto la tua parte di sofferenze, Lilly. Ma giù a Londra non ci sono solo i soliti stronzi ad aspettarti. Ci siamo anche noi, le persone che ti vogliono bene, e non ti lasceremo mai sola, in nessun momento.”
“Sono io che voglio essere lasciata sola, Mills. Sono io che me ne voglio andare per non aver nulla a che vedere con… con il mondo che mi lascio alle spalle. E ora, per favore, vai via.”
“Per… cosa? Se me ne sono andata è perché non volevo più stare lì a Londra. Non ha più senso stare in mezzo a gente che mi ha solo tirato delle pugnalate nella schiena.” Deglutì. “Mi fa ancora troppo male quello che è successo.”
“Ma… Lilly, tu… Capisco quello che provi…”
“No, non credo,” l’interruppe lei. “Non sei mai stato preso in giro così tanto come è successo con me. Non sei mai stata presa a pesci in faccia da persone con cui… a cui volevi bene.”
“Be’, sì, è successo anche a… No, hai ragione,” concluse Mills, scuotendo la testa. “E’ vero, hai ragione, hai… avuto la tua parte di sofferenze, Lilly. Ma giù a Londra non ci sono solo i soliti stronzi ad aspettarti. Ci siamo anche noi, le persone che ti vogliono bene, e non ti lasceremo mai sola, in nessun momento.”
“Sono io che voglio essere lasciata sola, Mills. Sono io che me ne voglio andare per non aver nulla a che vedere con… con il mondo che mi lascio alle spalle. E ora, per favore, vai via.”
“Lillian, io ho bisogno di te,” disse l’altro. “Io ti amo.”
“Vai via,” rispose l’altra, chiudendo la porta.
Si accasciò contro la porta, bloccandola col suo peso. Si sedette in terra, il muso avvolto dalle braccia, e attese così di sentire i passi di Mills che si allontanavano sulla ghiaia del vialetto d’ingresso. Quando si sentì sicura della sua lontananza, si alzò.
Le aveva detto che l’amava. Perché la cosa la riempiva di gioia?
Capitolo 54 – Lillian scappa
“Mills, me ne sto andando,” disse Lillian, sbrigativamente, chiudendo la porta di casa.
“Lilly, cosa stai facendo…”
“Non ho intenzione di farmi dar giudizi su quel che sto facendo. Non oggi, Mills,” disse, con più rabbia di quella che avrebbe voluto usare. La voce le tremava.
“Ma…” Il cane la fissò per qualche istante, senza parlare. Poi abbassò coda e orecchie. “Non vuoi che ti dia almeno una mano con… una mano con le valigie?”
“No, grazie. Non voglio l'aiuto di nessuno. Ho passato anni della mia vita ad aiutare gli altri e cosa ne ho ottenuto in cambio? Solo della gran merda. Sai cosa ti dico, Mills? Che potete andare a farvi fottere, tutti quanti.”
“Ma...” Mills si trovò senza parole. Immaginava la sua rabbia, ma non comprendeva perché se la stesse prendendo proprio con lui. “Lilly, noi non ti abbiamo fatto nulla...”
“No, certo. Tu poi te la stavi godendo con quella sciacquetta, vero? Tu avevi la tua amichetta, in tutto questo. Mentre Ivan mi lanciava addosso molotov.”
“Ma…” Il cane la fissò per qualche istante, senza parlare. Poi abbassò coda e orecchie. “Non vuoi che ti dia almeno una mano con… una mano con le valigie?”
“No, grazie. Non voglio l'aiuto di nessuno. Ho passato anni della mia vita ad aiutare gli altri e cosa ne ho ottenuto in cambio? Solo della gran merda. Sai cosa ti dico, Mills? Che potete andare a farvi fottere, tutti quanti.”
“Ma...” Mills si trovò senza parole. Immaginava la sua rabbia, ma non comprendeva perché se la stesse prendendo proprio con lui. “Lilly, noi non ti abbiamo fatto nulla...”
“No, certo. Tu poi te la stavi godendo con quella sciacquetta, vero? Tu avevi la tua amichetta, in tutto questo. Mentre Ivan mi lanciava addosso molotov.”
“Stai ancora tirando fuori la storia di Corinne? Ti ho già detto che ha fatto tutto lei, io non c'entro nulla!”
“Tu non l'hai di certo fermata.”
“Tu non l'hai di certo fermata.”
“Sì che l'ho fatto!” protestò il cane. “Ma poi, perché sei gelosa di lei? Che senso ha? E poi non è questo il problema. Lilly, stai scaricando la tua rabbia sulle persone sbagliate,” l'ammonì. “Ti vogliamo bene, Lilly. Tutti…”
“Anche Ivan lo diceva,” fece Lillian. “Eppure…” Lillian sospirò. “Non lo so, Mills, ma francamente ora come ora non mi interessa. Lasciami andare, ho un treno che mi aspetta e vorrei essere dai miei per un'ora decente.”
“Posso...”
“Ho già detto di no. Lasciami stare, Mills, lasciami perdere. Tornerò se e quando starò meglio.”
“Ho già detto di no. Lasciami stare, Mills, lasciami perdere. Tornerò se e quando starò meglio.”
Annabel l’abbracciò, avvolgendola fra le sue braccia. “Cucciola,” disse. “Qui sei fra di noi. Va tutto bene.”
“Lo so,” rispose Lillian, prima di scoppiare a piangere.
“Lo so,” rispose Lillian, prima di scoppiare a piangere.
“Vieni in casa, ora. Papà è dentro, ti sta aspettando,” disse Corinna, aiutando sua figlia con le valigie. “Come è andato il viaggio?”
“Bene, mamma. Ma sono stanca.”
“Vieni, va bene, il tuo letto è già pronto.”
“Vieni, va bene, il tuo letto è già pronto.”
Si addormentò subito, dopo le ore di treno passate in solitudine, senza chiudere occhio, nel timore che chiunque le si avvicinasse potesse farle del male. Aveva portato due valigie, cariche di qualsiasi abito le fosse capitato a tiro, senza pensare a tempi e modi. Voleva solo stare nell’unico luogo che riteneva sicuro sulla faccia della Terra: casa dei suoi. Di loro poteva essere certa: non le avrebbero mai potuto fare del male, neanche se avessero voluto.
Li aveva chiamati, li aveva avvertiti. Sulle prime, avevano cercato di farla ragionare, di calmarla, si erano proposti di venire loro stessi a Londra, ma lei si era opposta. E, una volta salita sul treno, c’era poco che Gregory e Annabel potessero fare per farle cambiare idea.
Capitolo 53 – Lillian si arrende
Londra correva attorno alla tasso in quella sera di Agosto. Non esistevano strade, automobili, moto, stop o passaggi pedonali, non c’erano edifici o semafori, a stento la morfa riconosceva l’esistenza della strada su cui stava correndo: c’era solo la villa di Ivan.
Il terrore che fosse realmente responsabile di quanto era successo era per lei un carburante più forte di qualsiasi altra cosa. Non poteva crederci, non voleva crederci: anche dal terzo piano, le sue fattezze erano ben più che riconoscibili. Non poteva sbagliare, a meno che il giovane non avesse un gemello malvagio della cui esistenza lei non fosse a conoscenza.
Fermò la bicicletta a pochi passi dalla villa e smontò, senza curarsi di chiuderla, fermarla o altro.
Non riuscì ad avvicinarsi ai gradini all’ingresso dell’appartamento: venne bloccata dalla polizia, che arrivò a sirene spiegate, fermandosi davanti alla villetta.
I poliziotti scesero in tutta fretta, intimandole di farsi da parte. Bussarono alla porta, il signor Matheson aprì, sconvolto alla vista delle forze armate. Li fece entrare. Lillian udì un gran trambusto provenire dall’interno della casa. Poco dopo, due poliziotti uscirono, trasportando con sé Ivan in manette. Il ragazzo camminava a testa bassa, ma non reagiva.
Il mondo di Lillian cadde, frantumandosi in mille pezzi assieme al suo cuore. Smise di pensare, limitandosi a constatare la presenza di Ivan in manette, scortato dagli agenti.
Forse non era tutto perduto, si disse: probabilmente lo stavano solo trattenendo per accertamenti. A volte accadeva. Magari lui non c’entrava nulla, era stato solo un suo grandissimo, orrendo sbaglio per cui non sapeva come farsi perdonare…
“Ivan!” esclamò, al suo indirizzo. Lui alzò la testa di scatto, dirigendo lo sguardo nella sua direzione. Lo vide perdere immediatamente colore e incespicare, prima di venire introdotto nella vettura, che ripartì subito dopo.
La morfa prese uno dei poliziotti da parte, chiedendo cosa stesse accadendo. L’uomo le confermò che il ragazzo era stato prelevato per accertamenti, ma non andò oltre, invitandola a farsi da parte.
La ragazza rimase sul posto, fissando le vetture della polizia che se ne andavano nella notte. Si voltò verso la porta d’ingresso, aperta. La figura del signor Matheson si stagliava sulla soglia. Il volto era in ombra, e Lillian non seppe dire che cosa stesse guardando l’uomo.
Si voltò, tornando sui suoi passi; salì in sella e pedalò verso casa.
Lillian prese il giornale del giorno dopo e lo stracciò con forza. Poi ne prese i pezzi, li appallottolò e li cestinò.
Le tremavano le mani. Dovette sedersi, o le gambe non avrebbero retto. Il telefono squillava, ma la morfa non si diede pena di rispondere.
Ivan aveva confessato. Lui e altri suoi amici avevano lanciato molotov contro la clinica. Erano tutti stati arrestati nelle prime ore della giornata, ed entro l’alba avevano a loro volta confessato. Fra di loro, il tecnico che aveva finto di riparare il tubo del gas, che aveva rivelato di aver manomesso l’impianto. Tutti erano Human Race Supporters.
Compreso Ivan.
Lillian si rannicchiò sulla sedia del tavolo, avvolgendosi le gambe con le braccia, e pianse.
Capitolo 52 – Lillian salva una vita
Lillian stava affacciata alla finestra del terzo piano. L’odore di gas nel palazzo era piuttosto forte per un morfo con le sue capacità olfattive, ma si chiedeva se lo fosse abbastanza per un essere umano. Che si stesse ripetendo la fuoriuscita delle settimane precedenti?
Sentì il passo pesante di Geena avvicinarsi. “Lillian? La senti anche tu questa puzza?”
“La sento anche io, in effetti. Sarà ancora il tubo della sala mensa?”
“Ah, non chiederlo a me…” La grossa labrador sbuffò. “Questo posto sembra nuovo, ma cade a pezzi. Dovremmo chiamare…”
“La sento anche io, in effetti. Sarà ancora il tubo della sala mensa?”
“Ah, non chiederlo a me…” La grossa labrador sbuffò. “Questo posto sembra nuovo, ma cade a pezzi. Dovremmo chiamare…”
Il colloquio venne interrotto dal rumore di tre moto in accelerazione. “Branco di pazzi,” commentò Geena. “A quest’ora di notte a tutta birra per la strada con quelle moto…”
Le tre moto si fermarono a poca distanza dalla clinica, sul lato opposto della strada. Uno dei passeggeri si tolse il casco per un attimo, confabulando con un altro. Era giovane, biondo, i capelli corti. Lillian aguzzò la vista: non era Ivan, quello?
Il ragazzo indossò di nuovo il casco, quindi prese da uno zaino una bottiglia e la passò ad un altro, che ne portava già una seconda. Quindi salirono tutti sulle moto nere e ripartirono sgommando. Lillian vide tre lampi volare in direzione dell’istituto dalle moto, e un forte boato riempì l’aria.
“Che cazzo…!” Subito l’allarme anti-incendio scattò nell’edificio, mentre il rumore di esplosioni nei piani inferiori faceva tremare tutto. “Gli ospiti!”
“Non c’è un impianto?” chiese Lillian.
“Ma che impianto! Te l’ho detto, questo posto cade a pezzi! Fottitene dell’impianto, Lillian, dobbiamo tirare fuori tutti! Ci siamo solo noi due, stasera!”
Senza aggiungere altro, la labrador corse verso il corridoio, aprendo tutte le porte con il suo passepartout, mentre Lillian andava dalla parte opposta facendo lo stesso.
“Geena! Geena!” urlò Lillian, pochi minuti dopo per sovrastare il rumore dell’allarme antincendio. “Hai trovato tutti gli ospiti?” chiese alla labrador, che stava conducendo tre pazienti verso le scale di emergenza.
“Sì, li ho presi tutti! No, aspetta, non sono tutti!”
“Chi manca?”
“Il signor Penderton! Non era in stanza! Dobbiamo trovarlo!”
“Vado io!”
“No, non vai da nessuna parte da sola, ragazzina!”
Lillian le puntò un dito contro. “Fai come ti dico io, Geena! Vai di sotto, gestisci i pazienti che stanno a terra, portali via e occupati di loro! Io penso al signor Penderton!”
“Chi manca?”
“Il signor Penderton! Non era in stanza! Dobbiamo trovarlo!”
“Vado io!”
“No, non vai da nessuna parte da sola, ragazzina!”
Lillian le puntò un dito contro. “Fai come ti dico io, Geena! Vai di sotto, gestisci i pazienti che stanno a terra, portali via e occupati di loro! Io penso al signor Penderton!”
La labrador esitò per qualche istante, quindi uscì con gli altri e li condusse a terra, mentre la tasso corse a perdifiato per tutti i corridoi chiamando a gran voce il padre di Jules.
Il fumo era asfissiante e il caldo le faceva lacrimare gli occhi. Lillian controllò prima le stanze degli ospiti, cercando l’uomo dovunque. Lo trovò seduto in sala mensa, con un panino in mano, il pigiama ancora indosso. Il fuoco aveva ormai invaso la cucina, e minacciava di fare il suo ingresso in mensa, ma Penderton sembrava non curarsene.
“Signor Penderton! Dobbiamo andarcene!” disse Lillian, prendendolo per le spalle.
L’uomo reagì con violenza, scansandola e alzandosi. “No! Non vado da nessuna parte!”
Lillian gli mollò uno schiaffo, in modo istintivo ma senza forza. L’uomo si fermò immediatamente, massaggiandosi la guancia e guardando la morfa con fare attonito. Sembrava che l’idea che lei lo avesse schiaffeggiato fosse al di là della sua capacità di comprensione. “Lei viene con me, chiaro?”
Senza dargli il tempo di replicare, la tasso lo prese per un braccio e lo condusse prima fuori dalla mensa, quindi alle scale di emergenza. Una squadra di pompieri era già presente sul posto, assieme a due ambulanze, pronti a prestare soccorsi e a occuparsi dell’incendio. Attorno, una folla di curiosi che non si erano fatti fermare dal freddo e dalla notte.
Lillian accompagnò l’uomo verso terra, con dolcezza e cautela, e lo lasciò alle squadre di soccorsi per cercare la labrador, che era occupata a discutere con un infermiere riguardo le necessità mediche di uno dei pazienti.
“Hai trovato Penderton?” le chiese.
“Sì, era in sala mensa. L’ho scortato giù, ora è assieme agli altri.”
La cagna annuì. “Non volevo darti ordini, prima.”
Lillian annuì, posandole una mano sulla spalla: era quanto di più simile a una scusa avesse mai sentito pronunciare da Geena. “E’ tutto a posto. Ora sono tutti in salvo, è questo che conta.”
La labrador rivolse uno sguardo all’edificio. I pompieri erano all’opera, e avevano messo in sicurezza il circondario per poter agire senza disturbi. “E’ stata una molotov,” disse.
“L’hai vista?”
“Ho visto qualcuno che la lanciava da giù di sotto. Tre tizi con delle moto, ci hanno lanciato addosso delle molotov.” Scosse la testa. “Poteva finire male, Lilly. Molto male. Se li prendo…”
“Non occupiamoci di loro, Geena. Occupiamoci dei nostri ospiti, sono più importanti di tre imbecilli. Quello che conta è che nessuno si sia fatto del male, no?”
“Sì, d’accordo, ma ora dove andranno? I pazienti umani troveranno un ospedale, cure mediche e quant’altro, ma i nostri?”
“Anche loro in ospedale.”
“Ho visto qualcuno che la lanciava da giù di sotto. Tre tizi con delle moto, ci hanno lanciato addosso delle molotov.” Scosse la testa. “Poteva finire male, Lilly. Molto male. Se li prendo…”
“Non occupiamoci di loro, Geena. Occupiamoci dei nostri ospiti, sono più importanti di tre imbecilli. Quello che conta è che nessuno si sia fatto del male, no?”
“Sì, d’accordo, ma ora dove andranno? I pazienti umani troveranno un ospedale, cure mediche e quant’altro, ma i nostri?”
“Anche loro in ospedale.”
“Non sarà facile per loro rimanerci.”
“Ci saremo noi e ci sarà per loro la comunità morfa, Geena, vedrai. Avranno sostegno.”
Geena sospirò. “A volte vorrei essere speranzosa come te.”
“Ci saremo noi e ci sarà per loro la comunità morfa, Geena, vedrai. Avranno sostegno.”
Geena sospirò. “A volte vorrei essere speranzosa come te.”
“E io cinica come te,” ribatté la tasso. “Scusami, vado a vedere come sta il signor Penderton,” disse, e andò presso l’uomo, che era seduto all’interno di un’ambulanza. Vide arrivare Lillian, ma non cambiò posizione: rimase seduto, con lo sguardo perso nel vuoto e una tazza con del tè caldo fra le mani.
“Sarei dovuto morire,” disse.
“No, signor Penderton.”
“Sì, invece. Jules, mio figlio, soffrirà come me. Ho la corea. La corea ti fa impazzire. E’ una cosa genetica: vuol dire che ce l’hanno anche i tuoi figli. E io ne ho uno…”
“Lo conosco bene, signor Penderton. Jules è uno dei miei amici più cari.”
“Sì, invece. Jules, mio figlio, soffrirà come me. Ho la corea. La corea ti fa impazzire. E’ una cosa genetica: vuol dire che ce l’hanno anche i tuoi figli. E io ne ho uno…”
“Lo conosco bene, signor Penderton. Jules è uno dei miei amici più cari.”
“Sì. E soffrirà come me…”
Lillian lo fissò negli occhi per qualche istante, quindi gli pose le mani sulle spalle, afferrandolo con una presa salda. “Mi ascolti, signor Penderton. I morfi non subiscono le stesse malattie degli umani. Suo figlio non soffrirà mai la corea.”
“Davvero?” disse, strabuzzando gli occhi. “Davvero? Davvero?”
Lillian annuì, cosciente di aver mentito. “Sì. L’ho letto da qualche… sul Times, qualche tempo fa. C’era una ricerca. Jules non soffrirà, lei non ha alcuna colpa.”
“Davvero?” disse, strabuzzando gli occhi. “Davvero? Davvero?”
Lillian annuì, cosciente di aver mentito. “Sì. L’ho letto da qualche… sul Times, qualche tempo fa. C’era una ricerca. Jules non soffrirà, lei non ha alcuna colpa.”
La bocca dell’uomo si aprì e si richiuse, le labbra tremanti. Poi, Penderton strinse Lillian in un fortissimo abbraccio, facendole mancare l’aria.
Quando fu sicura che la situazione fosse in mano ai paramedici e ai pompieri in modo completo, Lillian si sedette su una delle ambulanze, vuota. Tutto il peso della situazione le piombò addosso di colpo, come se le avessero caricato sulle spalle una massa di cadaveri. Era certa di aver visto Ivan in sella ad una di quelle moto, certa come sapeva di chiamarsi Lillian… ma come era possibile? Si rifiutava di accettarlo, di pensare che fosse possibile una cosa simile…
Le si fecero vicini tre poliziotti. “Signorina? Va tutto bene?”
Lei annuì, guardandoli a malapena.
Lei annuì, guardandoli a malapena.
“Possiamo farle qualche domanda?”
“Sì.”
“Lei era nell’edificio al momento dell’accaduto?”
“Sì.”
“Sì.”
“Dove si trovava?”
Lillian indicò la finestra, da cui in quel momento si stava sporgendo un pompiere. “A quella finestra. Corridoio del terzo piano. Pazienti morfi in cura, alcuni disagi mentali. Gli unici presenti.”
“Sì, lo sappiamo. Gli altri erano fortunatamente fuori con una delle visite turistiche organizzate dalla clinica. Lei e la signora Geena Willow eravate le uniche infermiere di ruolo, questa sera?”
“Sì. Credo che lei ve l’abbia già confermato.”
“Sì, signorina. Avete potuto vedere cos’è successo?”
“Sì, lo sappiamo. Gli altri erano fortunatamente fuori con una delle visite turistiche organizzate dalla clinica. Lei e la signora Geena Willow eravate le uniche infermiere di ruolo, questa sera?”
“Sì. Credo che lei ve l’abbia già confermato.”
“Sì, signorina. Avete potuto vedere cos’è successo?”
Lillian annuì, mordendosi il labbro inferiore. “Erano tre moto da corsa di grossa cilindrata, nere. Hanno lanciato tre molotov. Due persone per moto.” Fece una pausa. “Una… forse ne ho riconosciuta una.”
“Mi dica,” fece l’uomo, prendendo un taccuino.
“Ragazzo bianco, umano… capelli corti… biondi… giovane, poco più di vent’anni…” Lillian non seppe se proseguire: era assolutamente certa che quello fosse Ivan. Gli occhiali che portava erano calibrati al meglio per le sue diottrie mancanti, e aveva sempre avuto una memoria fotografica per i volti. Anche la fisionomia era quella di Ivan. Non poteva in alcun modo sbagliarsi. “E’ il mio ragazzo. Ivan Matheson.”
“Ne è sicura, signorina?” chiese il poliziotto, dopo un attimo di esitazione.
“Come sono sicura… di chiamarmi Lillian Edgecombe, signore,” disse, sentendo un gran vuoto farsi strada dentro di lei.
“Ehi,” le fece Geena, dopo che i poliziotti se ne furono andati. “Tutto ok? Sei distrutta.”
“Già.”
La labrador le si sedette accanto. “E’ successo qualcosa di grosso, immagino.”
Lillian si passò una mano fra i capelli, quindi le rivolse gli occhi, che iniziavano a riempirsi di lacrime. “Sai, ti ricordi quando mi hai detto che gli umani che cercano donne morfe sono sempre strani?”
“Già.”
La labrador le si sedette accanto. “E’ successo qualcosa di grosso, immagino.”
Lillian si passò una mano fra i capelli, quindi le rivolse gli occhi, che iniziavano a riempirsi di lacrime. “Sai, ti ricordi quando mi hai detto che gli umani che cercano donne morfe sono sempre strani?”
Geena annuì, visibilmente preoccupata.
“Forse… avevi ragione.”
“Cioè?”
“Cioè?”
“Ho riconosciuto uno dei tipi che hanno lanciato le molotov. Era il mio ragazzo.”
Geena strabuzzò gli occhi. Aprì la bocca, cercando di articolare qualche parola, senza risultato. Quindi l’abbracciò. Lillian si lasciò andare. “Ne sei sicura? Veramente sicura?”
“L’ho visto… era sulla prima moto…”
“L’ho visto… era sulla prima moto…”
“Magari non era lui, Lillian. Eravamo al terzo piano.”
“Ho una… buona vista… con questi occhiali. E lo… riconoscerei fra tutti.”
“Ho una… buona vista… con questi occhiali. E lo… riconoscerei fra tutti.”
Geena la guardò per qualche istante, indecisa, senza sapere se proseguire o dire qualcosa di diverso. Aprì la bocca, ma venne interrotta dall’abbraccio di Lillian. “Non riesco a crederci…” mormorò la morfa.
“Be’… ecco… magari non è lui, no?” cercò di dire Geena. “Magari era solo molto simile. Può capitare, penso.”
“Cosa devo fare?”
“Vai da lui, domani. Vai da lui, fatti sentire e vedere,” le suggerì subito la labrador. “E parla con lui, cerca di capire cosa stesse facendo, verifica se fosse veramente lui…”
“Cosa devo fare?”
“Vai da lui, domani. Vai da lui, fatti sentire e vedere,” le suggerì subito la labrador. “E parla con lui, cerca di capire cosa stesse facendo, verifica se fosse veramente lui…”
“Meglio farlo subito… L’ho detto, l’ho detto…”
“Alla polizia?”
“Alla polizia?”
Lillian annuì. “Andranno da lui…”
“Vai, allora. Corri.”
lunedì, agosto 15, 2011
Capitolo 50 – Lillian si vendica
Tottenham Court Road. Pioveva a dirotto. A ben vedere, avrebbe potuto trattarsi di una qualsiasi giornata di Aprile, non di Giugno.
Lillian si era presa una serata di riposo: niente prove, niente clinica, solo la strada e lei. Aveva bisogno di evitare di pensare a persone e problemi, e neanche la presenza di Ivan l’avrebbe fatta star meglio. Era sola, in mezzo alla folla lungo la via; nessuno sembrava prestare particolare attenzione ad una morfa solitaria seminascosta sotto un grande ombrello grigio fumo, e lei lasciava che tutto le scorresse attorno.
Davanti a sé, una giovane morfa, una gatta, a giudicare dalla coda che usciva dai jeans attillati. Un ragazzo, senza alcunché per ripararsi dalla pioggia, si avvicinò alla giovane, entrando al riparo del suo ombrello. Le fece passare una mano sulle spalle, rapido, stringendola a sé; la morfa parve cercare di divincolarsi, ma lui le sussurrò qualcosa all’orecchio, e lei smise di agitarsi. Insieme, si avviarono verso un vicolo, e sparirono al suo interno.
Il cuore le prese a battere con violenza. Nessuno sembrava aver fatto caso ai due, oltre a lei, nonostante la strada fosse tutto fuorché deserta, ma la scena non aveva nulla di naturale. La tasso deglutì, e decise di avvicinarsi al vicolo, distante pochi passi. Le gambe presero a tremarle. Si affacciò.
L’uomo che aveva visto afferrare la gatta era alle sue spalle, contro il muro; la mano sinistra le bloccava il polso, il braccio avvolto intorno al torace per stringerla addosso a lui, mentre con la mano destra le chiudeva la bocca. Facile per lui, dato che la morfa era poco più bassa di Lillian e di corporatura decisamente snella. Davanti ai due, un terzo uomo, corpulento, teneva in mano un oggetto scuro, corto, a forma di “T.” Un rasoio? Il ghigno sul volto dei due non lasciava spazio a interpretazioni positive del loro atteggiamento.
Lillian prese un bel respiro. Andare a chiedere aiuto? Chi l’avrebbe creduta? Si guardò intorno, vedendo pochissimi morfi fra la folla che camminava a passo svelto. Qualcuno avrebbe forse fatto qualcosa per la ragazza?
D’altronde, andare da sola contro quei due sarebbe stato pericoloso…
Lillian chiuse gli occhi, per un solo secondo. Trasse un gran respiro, chiuse l’ombrello e si gettò nel vicolo.
L’uomo col rasoio venne colto di sorpresa: la morfa abbassò con tutta la forza che aveva in corpo il suo massiccio ombrello sulla sua testa, facendolo barcollare per un attimo. L’altro, nel frattempo, gettò in terra la gatta, cercando di afferrare Lillian. Quando la tasso vide la mano dell’uomo avvicinarsi rapidamente al suo volto, reagì senza pensare, mordendola. L’uomo urlò, cercando di ritrarre la mano, ma Lillian aumentò la pressione del morso, sentendo in bocca il sapore del suo sangue. Avrebbe voluto vomitare, ma cercò di controllare l’impulso, pensando solo alla situazione in cui si trovava.
Lasciò andare la mano dell’uomo, che fece pochi passi indietro stringendo i denti, riservandole uno sguardo atterrito prima di darsi alla fuga. L’altro cercò di completare l’opera avvicinandosi col rasoio ancora stretto fra le dita; Lillian agì prima che lui potesse raggiungerla, graffiandone il volto con forza. Mirava agli occhi, senza pensare, senza riflettere, lasciando solo che fossero rabbia e paura ad agire e parlare per lei, lasciando che fosse il suo istinto a muoverla. L’altro urlò, lasciando cadere il rasoio in terra. Si coprì il volto, per poi seguire il suo compagno in fondo al vicolo.
Lillian attese qualche altro istante dopo che anche il secondo se ne fu andato, ansimando per la fatica a cui non era abituata. Era fradicia, i capelli le si erano incollati al volto, il pelo era scomposto e gli abiti zuppi, il cuore minacciava di esploderle da un momento all’altro, ma qualcosa dentro di lei stava esultando a pieno ritmo.
Cercò con gli occhi la ragazza, che si era raggomitolata in un angolo, vicino ad un cassonetto. La stava guardando, ancora scossa. Lillian le sorrise e le si avvicinò, le gambe pesanti e le braccia indolenzite per la forza usata. “Come… come stai?” le chiese. “Non… non… non ti hanno fatto nulla, ve-vero?” La gatta scosse la testa. Lillian le passò una mano fra le orecchie, sul cranio senza capelli. Non doveva avere più di quattordici anni, giudicò. “Va tutto bene,” disse. “Sono andati via.” La ragazza annuì. “Meglio che tu vada a casa. Dove abiti?”
“Qui vicino,” riuscì a dire la gatta, dopo qualche istante.
“Ti accompagno. Vieni con me,” disse, porgendole la mano. Vedendo che l’altra morfa non dava segno di reagire, fu lei a prenderle la mano, delicatamente, carezzandole prima il dorso. “Non avere paura.” La ragazza si alzò in piedi, con fatica, dandole l’impressione di portar con sé dei gran pesi.
“Mi spiace, temo che il mio ombrello non funzioni più,” disse Lillian, accennando a quel che rimaneva: la tela era strappata, il fusto piegato e diverse asticelle penzolavano senza sostegno. “Dov’è il tuo?”
“Lo… lo hanno… buttato là,” fece l’altra, indicandolo. Lillian lo raccolse, lo pulì con qualche colpo e lo aprì: era ancora integro. “Vieni,” le disse poi, passandole una mano sotto un braccio, così che lei avesse qualcosa con cui sostenersi e per farle sentire il suo contatto, la sua presenza.
La accompagnò verso il suo appartamento, che non distava più di cinque minuti da quel punto. Il cuore di Lillian si strinse, mentre lei si rendeva conto che questa aggressione era avvenuta sotto gli occhi di tutti e a pochissimi metri dalla casa della gatta.
Le luci alle finestre del pian terreno erano accese. La ragazza suonò a lungo il campanello. Ad aprire fu un uomo di mezz’età, anche lui minuto, stempiato, con indosso un pullover verde e un paio di pantaloni scuri. Guardò prima Lillian, poi la gatta, che gli si gettò fra le braccia.
“Buonasera,” fece Lillian, imbarazzata.
“Mi hanno aggredito,” spiegò per lei la ragazza.
“Cosa? Dove è successo? Cos’è successo?”
“Due… tipi…” disse Lillian. “Hanno afferrato… sua figlia, e l’hanno presa con loro. Avevano un rasoio, credo volessero rasarla, o… qualcosa del genere.”
“Due… tipi…” disse Lillian. “Hanno afferrato… sua figlia, e l’hanno presa con loro. Avevano un rasoio, credo volessero rasarla, o… qualcosa del genere.”
Lo sguardo dell’uomo si indurì. “Emily, come stai?” disse, rivolto alla ragazza.
“Sto bene, papà. La signorina… li ha mandati via.”
“Sto bene, papà. La signorina… li ha mandati via.”
L’uomo le rivolse uno sguardo perplesso, squadrandola dall’alto verso il basso. Lillian si strinse nelle spalle. “Ho fatto quello che potevo,” disse, sperando che la pioggia avesse lavato via le macchie di sangue sulle labbra e sulle unghie.
L’uomo annuì. “Se vuole posso accompagnarla a casa, signorina.”
“Non… non ce n’è bisogno…”
“E’ senza ombrello, papà,” disse la gatta. “Portala tu a casa. Lo ha rotto in testa a uno di quelli.”
L’uomo aggrottò la fronte. “Ah,” disse, in tono ammirato.
“Portala a casa, papà.”
“Va bene. Ma stai attenta, chiuditi in casa, tesoro. Mi raccomando, io torno il prima possibile,” disse, indossando una giacca scura.
“Sì, papà,” fece la ragazza. Si voltò verso Lillian, sorridendole. “Io… non so come…”
“Be’, ero lì,” rispose Lillian. “Cos’altro avrei dovuto fare?”
Dopo aver chiuso a chiave la porta, l’uomo la accompagnò alla macchina, una piccola monovolume nera. “Cosa è successo, di preciso?” le chiese, avviando la vettura. “Oh, mi scusi: dove abita, signorina?”
“Mandela Street, signore. Camden.”
“Mandela Street, signore. Camden.”
“Camden. Va bene.”
Lillian gli raccontò la vicenda, tralasciando i particolari più truci. Ogni volta che menzionava la gatta, gli occhi dell’uomo sembravano sprofondare un po’ di più. “Io e mia figlia viviamo da soli,” disse. “Dopo che mia moglie ha deciso che non poteva sopportare di avere un gatto per figlia.”
“Mi dispiace.”
“A me no,” rispose l’uomo, con una durezza inaspettata. “E’ mia figlia. Era nostra figlia. Ha sbagliato a lasciarci, ma noi siamo stati più forti e siamo andati avanti al nostro meglio. Non sono il padre migliore del mondo, ma penso di essere fino ad oggi riuscito a dare ad Emily il massimo per le nostre possibilità. Emily è in cura da uno psichiatra, proprio per il trauma dell’abbandono da parte di sua madre. Non riesco ad immaginare… come si senta, dopo quello che è successo oggi.” Ad un semaforo, l’uomo si voltò a guardare Lillian. Il suo sguardo si era addolcito. “Grazie, signorina… non so il suo nome.”
“Lillian. Mi chiamo Lillian Edgecombe.”
“Mi dispiace.”
“A me no,” rispose l’uomo, con una durezza inaspettata. “E’ mia figlia. Era nostra figlia. Ha sbagliato a lasciarci, ma noi siamo stati più forti e siamo andati avanti al nostro meglio. Non sono il padre migliore del mondo, ma penso di essere fino ad oggi riuscito a dare ad Emily il massimo per le nostre possibilità. Emily è in cura da uno psichiatra, proprio per il trauma dell’abbandono da parte di sua madre. Non riesco ad immaginare… come si senta, dopo quello che è successo oggi.” Ad un semaforo, l’uomo si voltò a guardare Lillian. Il suo sguardo si era addolcito. “Grazie, signorina… non so il suo nome.”
“Lillian. Mi chiamo Lillian Edgecombe.”
“Grazie, Lillian. Lei è stata un angelo, davvero. Emily si ricorderà a lungo di quel che ha fatto per lei.”
“Ho fatto quello che chiunque avrebbe fatto, signor…”
“Gallow. Herman Gallow.”
“Gallow. Herman Gallow.”
“Basta!” esclamò Lillian, alzandosi in piedi. La donna trasalì, mentre Missy smise di suonare. “Questa è l’ultima volta che la sento usare questo tono in riferimento a me, signora Gallow. Pretendo rispetto!” esclamò la morfa, puntando il dito contro la donna.
“Ma io…”
“Io sono qui perché lei possa permettere a sua figlia di avere una educazione musicale di alto livello, signora Gallow,” disse Lillian, avanzando verso la donna. “Sono una educatrice, la sua insegnante di musica. Pensa che non sappia fare il mio lavoro solo perché sono una morfa, non è così?” La donna non le rispose. Si limitò a passare lo sguardo da lei a sua figlia, più volte, incapace di esprimersi. “So che è così. Lo leggo nei suoi occhi e lo sento nella sua voce, tutte le volte che mi rivolge parola. Non so neanche io come sia la sua considerazione nei miei confronti, ma è lampante che è estremamente bassa. Non vuole che sua figlia venga educata da me? Benissimo, so qual è la porta, ma si ricordi che state tutte e due perdendo tempo, soldi e un’occasione che difficilmente otterrete di nuovo, e sa perché? Perché è stata la signorina Ashcroft a consigliarvi me sopra altri insegnanti perché lei sa il mio valore. Mentre, dal canto suo, signora Gallow, comportandosi così dimostra solo di essere una grandissima ignorante!”
“Ma come si permette…”
“Mi permetto perfettamente, dal momento che in questa storia la vittima sono io!” la interruppe Lillian. “E non intendo più essere sottoposta al suo trattamento. Quindi, signora Gallow, ha due possibilità: trattarmi come una sua pari, con la dignità che merito, visto che sono qui per lavorare con sua figlia e non per perdere tempo, e mi sembra anche di averle ampiamente dimostrato che ho delle capacità, o sbattermi fuori. Se sceglie quest’ultima strada…” Lillian alzò le mani. “Sa quello che perde e sa perfettamente che con sua figlia tornerà al trattamento solito. Non farà un passo avanti. Perché quel che sua figlia ha imparato lo deve alla sua bravura e a me, non ai suoi precedenti insegnanti. Lo so io, lo sa Missy e lo sanno anche all’istituto di musica, e se non mi crede è libera di contattare chiunque là per vedere le valutazioni delle prestazioni di sua figlia!”
“Ma io…”
“Io sono qui perché lei possa permettere a sua figlia di avere una educazione musicale di alto livello, signora Gallow,” disse Lillian, avanzando verso la donna. “Sono una educatrice, la sua insegnante di musica. Pensa che non sappia fare il mio lavoro solo perché sono una morfa, non è così?” La donna non le rispose. Si limitò a passare lo sguardo da lei a sua figlia, più volte, incapace di esprimersi. “So che è così. Lo leggo nei suoi occhi e lo sento nella sua voce, tutte le volte che mi rivolge parola. Non so neanche io come sia la sua considerazione nei miei confronti, ma è lampante che è estremamente bassa. Non vuole che sua figlia venga educata da me? Benissimo, so qual è la porta, ma si ricordi che state tutte e due perdendo tempo, soldi e un’occasione che difficilmente otterrete di nuovo, e sa perché? Perché è stata la signorina Ashcroft a consigliarvi me sopra altri insegnanti perché lei sa il mio valore. Mentre, dal canto suo, signora Gallow, comportandosi così dimostra solo di essere una grandissima ignorante!”
“Ma come si permette…”
“Mi permetto perfettamente, dal momento che in questa storia la vittima sono io!” la interruppe Lillian. “E non intendo più essere sottoposta al suo trattamento. Quindi, signora Gallow, ha due possibilità: trattarmi come una sua pari, con la dignità che merito, visto che sono qui per lavorare con sua figlia e non per perdere tempo, e mi sembra anche di averle ampiamente dimostrato che ho delle capacità, o sbattermi fuori. Se sceglie quest’ultima strada…” Lillian alzò le mani. “Sa quello che perde e sa perfettamente che con sua figlia tornerà al trattamento solito. Non farà un passo avanti. Perché quel che sua figlia ha imparato lo deve alla sua bravura e a me, non ai suoi precedenti insegnanti. Lo so io, lo sa Missy e lo sanno anche all’istituto di musica, e se non mi crede è libera di contattare chiunque là per vedere le valutazioni delle prestazioni di sua figlia!”
“Ha ragione, mamma,” intervenne Missy. “E’ con Lillian che ho fatto progressi, perché lei è brava. Lei mi sa incoraggiare e mi dà la spinta per suonare meglio, mentre le altre non lo sapevano fare.” La ragazza si alzò, dirigendosi verso Lillian e ponendole una mano sulla spalla. “Se la mandi via, me ne vado anche io.”
“Non essere drammatica, tesoro. E’ solo un’insegnante, ne troveremo un’altra…”
“Non essere drammatica, tesoro. E’ solo un’insegnante, ne troveremo un’altra…”
Lillian strinse i pugni. Avrebbe voluto prendere la testa della donna e sbatterla con violenza contro lo stipite della porta, più e più volte, ma sapeva che il gesto le sarebbe costato il carcere. Si costrinse a contare fino a cinque, prima di parlare. “Se è questa la sua ultima parola, signora Gallow, le do le mie dimissioni,” disse, quindi. In silenzio, sotto lo sguardo attonito di Missy, Lillian prese la sua giacca e il suo zaino. “Avrà presto notizie dall’istituto, e probabilmente da qualche avvocato.”
“Ma, Lillian…” iniziò Missy. “Stronza!” urlò, all’indirizzo di sua madre.
“Signorina!”
“Un cazzo!” Lillian si fermò ad osservare l’alterco. Lo sguardo di Missy lanciava saette, mentre la donna sembrava divenire sempre più granitica, come se gli insulti della figlia la rendessero più forte. “Stai sbagliando tutto, come al tuo solito! Non sei capace di pensare che per me c’è qualcosa di buono a cui tu non hai pensato, non sai pensare a quanto tratti male gente che non se lo merita… te l’ho detto, e ora lo faccio!”
“Missy,” l’interruppe Lillian, che aveva intuito cosa stesse per fare la ragazza. “Grazie per il supporto. Anche io penso che tua madre sia una stronza, e ho altri motivi per pensarlo oltre a questi, ma non farlo per me. Non ne vale la pena, davvero.”
“Quali altri motivi?”
“Quali altri motivi?”
Lillian sogghignò. “Lo sai che hai una sorella, Missy?”
Le due sgranarono gli occhi. “Missy, non ascoltarla…”
“Vaffanculo, mamma. E’ te che non ascolterò più. Lillian, cosa vuoi dire?”
“Vaffanculo, mamma. E’ te che non ascolterò più. Lillian, cosa vuoi dire?”
“Sai, pochi giorni fa ho conosciuto tua sorella: si chiama Emily, ed è una morfa, una gatta.” Il colore svaniva dalla carnagione della donna mentre Lillian parlava: la tasso non poté non trarne un intimo godimento, una grossa rivincita su quella figura così negativa per lei, e proseguì. “Una piccola gatta soriana di tre anni più grande di te. Tua madre odia così tanto i morfi da non averne neanche voluto avere una per figlia. E quando ne ha avuto abbastanza di lei, se n’è andata ed è venuta qui. Signora Gallow, è stato un grosso errore mantenere il suo nome da sposata, lo sa? A volte si fanno incontri interessanti, in giro per Londra. Ma non si preoccupi, perché prima o poi la giustizia passerà a saldare il conto con lei, e io ci metterò tutte le zampe per farlo succedere appena possibile. Arrivederci.”
La signora Ashcroft si massaggiò gli zigomi, fissando per qualche istante il vuoto. “Signorina Edgecombe,” disse quindi, ricomponendosi. “A… ammetto che è la prima volta che… simili scene pietose hanno luogo nei confronti di uno dei nostri insegnanti…”
“Immagino, signorina Ashcroft,” le fece Lillian. “Ma dal canto mio ci sono abituata. Mi succede da una vita.”
“Immagino, signorina Ashcroft,” le fece Lillian. “Ma dal canto mio ci sono abituata. Mi succede da una vita.”
“Posso… penso di poterlo immaginare, signorina Edgecombe,” disse l’altra, indossando un paio di occhiali da lettura per poter consultare il rapporto stilato da Lillian. “La signora Helena Gallow, madre dell’allieva Missy Gallow, l’avrebbe ripetutamente insultata in diversi modi, qui dice.”
“Sì,” confermò la morfa. “Non a parole, non in modo diretto, ma… più che insulti, parlerei di mobbing. E’ più adeguato.”
“Mobbing.”
“Sì,” confermò la morfa. “Non a parole, non in modo diretto, ma… più che insulti, parlerei di mobbing. E’ più adeguato.”
“Mobbing.”
“Mobbing, signorina Ashcroft. Mi ha impedito di lavorare. E so per certo che è accaduto perché io sono una morfa, perché so che la signora Gallow ha già un precedente per abbandono di minore, al riguardo.”
“Prego?” chiese la donna, battendo più volte le palpebre, visibilmente scioccata. La tasso le spiegò brevemente l’accaduto. La donna sospirò. “Sono tempi orrendi,” commentò a bassa voce. “Signorina Edgecombe,” disse quindi. “Io… da parte dell’istituto le pongo le mie più sentite scuse, e le prometto che faremo il possibile per avviare un procedimento legale nei confronti della famiglia della sua allieva. Nel frattempo, potremmo trovare un altro allievo di cui lei si possa prendere cura…”
“La ringrazio, signorina Ashcroft. Vorrei solo che la povera Missy non rientrasse nella cosa, se possibile…”
Qualcuno bussò alla porta. “Signorina Ashcroft?” disse la segretaria, dietro di essa. “C’è un cliente che ha assoluta necessità di parlare con lei e con la signorina Edgecombe.”
Qualcuno bussò alla porta. “Signorina Ashcroft?” disse la segretaria, dietro di essa. “C’è un cliente che ha assoluta necessità di parlare con lei e con la signorina Edgecombe.”
Lillian drizzò le orecchie. Un profumo familiare proveniva da dietro l’uscio… “Fatela entrare, allora,” disse la donna.
Quando la porta si aprì, Missy si gettò fra le braccia della tasso, mandandola quasi a cadere in terra con tutta la sedia. “Missy!” esclamò Lillian, che non era pronta alla cosa. “Cosa ci fai qui?”
“Non voglio che tu te ne vada, Lilly!”
“Non voglio che tu te ne vada, Lilly!”
“Missy… Calmati, davvero,” disse Lillian, cercando a sua volta di abbracciarla.
“La prego, signorina Ashcroft,” fece la ragazza, divincolandosi e andando verso la scrivania della donna. “Lei non… Io ho bisogno di Lillian, come insegnante. E… è grazie a lei se ho… se ho…”
“Signorina, per favore,” disse l’altra, prendendole una mano. “Si calmi, ora. Le prometto che faremo il possibile.”
“Andrà tutto bene, Missy, vedrai.”
“Andrà tutto bene, Missy, vedrai.”
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